“Esiste un modello calcistico positivo che, pur sottintendendo interessi di varia natura, produce tuttavia un bene, un esempio di relazioni costruttive e ‘gioco di squadra’ anche tra persone diverse per razza, cultura, religione, a conferma di quella capacità dello sport di dare vita ad un tessuto di valide relazioni, sottolineata e auspicata nel 2000 da Giovanni Paolo II in occasione del Giubileo degli sportivi”. Così mons. Carlo Mazza, direttore dell’Ufficio Cei per la pastorale del tempi libero, turismo e sport, commentando al Sir la reazione compatta del mondo del calcio contro il grave episodio di intolleranza di cui è stato oggetto ieri 27 novembre, durante la partita di serie A Messina-Inter, Marc Zoro, difensore ivoriano della squadra di casa, bersaglio degli insulti razzisti di un gruppo di tifosi nerazzurri. La solidarietà senza riserve espressa dall’universo calcistico al giocatore che, con un gesto clamoroso, voleva far sospendere l’incontro, è per il giornalista sportivo Bruno Pizzul “un segnale incoraggiante e positivo”, la dimostrazione che “lo sport è per propria natura e per l’organizzazione attuale delle società una sorta di laboratorio in cui si sperimenta lo stare insieme, pur nelle diversità. Questo modello di convivenza, attuato in particolare nel calcio – sottolinea Pizzul al Sir -, deve costituire un messaggio da recepirsi anche al di fuori dell’universo sportivo che, comunque, è specchio della società”. “Lo sport – osserva il giornalista – è per sua natura spirito di aggregazione, e va al di sopra e oltre le differenze personali di carattere e appartenenza. Questo il messaggio da far passare ai nostri giovani”. Un linguaggio universale, quello dello sport, che, afferma, “apre al dialogo”. E non da oggi, prosegue Pizzul, ricordando la “diplomazia del ping-pong, quelle partite tra giovani giocatori cinesi e americani che, agli inizi degli anni’70, in piena guerra fredda e in mancanza di relazioni diplomatiche tra Cina e Usa costituirono i primi passi per l’apertura e l’avvio dei contatti”. “Rimangono assolutamente inaccettabili – conclude il giornalista – gli atteggiamenti di quella minoranza di tifosi che va senz’altro isolata, ma la cui esiguità non può costituire un alibi per non affrontare il problema dell’intolleranza a sfondo razzista che certamente esiste, anche al di fuori degli stadi”. Sulla stessa linea mons. Mazza che auspica, inoltre, “un salto di qualità da parte dei tifosi”. Assistere ad un incontro di calcio può avere anche un valore educativo se si riesce ad “elevare, in senso più ampio, il modo di usufruire dello sport da parte degli spettatori; lo stadio non è un luogo dove tutto è consentito, ma un luogo in cui si va per divertirsi e nel quale occorre essere in grado di rispettare le regole e accettare in modo leale l’eventuale sconfitta”.