La "diaspora" e la "riduzione del cattolicesimo a religione civile": sono questi i due "pericoli opposti" da evitare per il futuro, nei rapporti tra Chiesa e società. Lo ha detto mons. Michele Pennisi, vescovo di Piazza Armerina, intervenendo oggi al VII Forum del progetto culturale, che si conclude domani a Roma sul tema: "Cattolicesimo italiano e futuro del Paese". Prendendo spunto da una frase di don Sturzo sulla presenza dei cattolici nella vita politica, mons. Pennisi l’ha attualizzata augurandosi nello scenario attuale "un pluralismo ordinato", che – in sintonia con la dottrina sociale della Chiesa e al di là dell’alternativa tra la "militanza" classica in un partito tradizionale o in schieramenti di maggioranza o opposizione – trovi "anche all’interno della comunità ecclesiale luoghi e forme di incontro e confronto" tra cattolici impegnati in questo ambito. "Rifondare la laicità", a partire dalle sue "radici religiose": è la proposta dello storico Agostino Giovagnoli, che ha auspicato "una riflessione più ampia sulla laicità e il ruolo da essa svolto nella costruzione storica della modernità". Secondo Giovagnoli, infatti, "non è fondato identificare semplicemente la laicità con il relativismo: in realtà, la laicità ha a che fare con la verità, perché scaturisce dai conflitti religiosi dell’epoca moderna, dal riconoscere la propria incompetenza su questo terreno, in nome proprio di un’intelligenza superiore". Per il relatore, "la laicità in senso storico è anch’essa messa in crisi dal relativismo", che dà origine ad uno "spiazzamento comune a credenti e non credenti": di qui la necessità di "una rifondazione della laicità, comprese le sue radici religiose".