VERSO NATALE: MONS. CORTI (NOVARA), "SEMINARE LA SPERANZA"

” “Parole forti sul Natale. A proporle nella sua lettera ai fedeli per le feste natalizie è il vescovo di Novara, mons. Renato Corti che fa riecheggiare voci di malati di Aids, di carcerati e di immigrati ospiti in case di accoglienza. Girando per la sua diocesi, "non per shopping" scrive provocatoriamente Corti, "ho la fortuna di incontrare l’amore che non è morto. Non è sentimentalismo, ma amore vero, sincero, gioioso, fedele, generoso. All’opera stanno uomini e donne di buona volontà. Stanno, in particolare, dei cristiani che si lasciano ispirare e trascinare dal nome stesso di Gesù". Incontrando una comunità che accoglie malati di Aids e anche ex-detenuti, è la testimonianza del vescovo, "non potevo non chiedermi per quali sentieri tortuosi e oscuri queste persone erano andate errando prima di approdare qui; per quali motivi avevano fatto del male a se stesse, che cosa era loro mancato, che cosa forse avevano rifiutato. Né potevo esimermi dal ringraziare Dio per aver ispirato a qualcuno di dare visibilità, in qualche misura, alla terra promessa. Anche una semplice casa aperta nei confronti di coloro che sono immersi in una vita impossibile la esprime". Quando si segue il Vangelo, è la convinzione del vescovo, "rinasce la speranza. Proprio a questo ci dobbiamo dedicare: a sostenere la speranza, quando c’è, e a farla rinascere quando è ormai logorata se non addirittura spenta. Ciascuno può dare il suo contributo: i sacerdoti e i laici, le persone consacrate e quelle sposate, gli insegnanti e i medici, gli amministratori e i politici, gli imprenditori e i loro dipendenti, e altri ancora". I semi di speranza che devono "fecondare il campo dell’umanità" sono tanti. Corti li elenca: "Accoglienza, vigilanza, condivisione, giustizia, pace, amore, libertà, perdono, fedeltà, conversione", ed anche i loro destinatari: "bambini piccoli (o non ancora nati), giovani e adulti e tante altre persone che, magari inconsapevolmente, attendono qualcuno che deponga nella loro vita un seme di speranza: le famiglie che hanno perso una persona cara, la folla degli anziani e dei malati, i disabili e le loro famiglie, i malati psichici (poveri tra i poveri), gli stranieri, i carcerati…". E conclude: "se non diventiamo testimoni di speranza per l’uomo noi, che ci diciamo credenti in un Dio che si è fatto uomo per amore dell’uomo, chi mai lo dovrebbe fare?".” ” ” ” ” ” ” ” ” “