“La Chiesa deve essere dappertutto, nelle bidonville, nel mezzo delle catastrofi, in mezzo ai dannati della terra, e anche sul piccolo schermo”. E’ un appello al “coraggio di entrare nella mischia” dei media, ma senza cedere alle “mode” del momento, quello lanciato oggi da Frantz-Olivier Giesbert, direttore di “La Point” (Francia), durante il Simposio su “Chiesa e media: un futuro che viene da lontano”, in corso a Roma per celebrare i 40 anni del Pontificio Consiglio delle comunicazioni sociali. “Entrare nella mischia mediatica”, secondo il relatore, è un compito “troppo a lungo rifiutato dalla Chiesa”, e a volte “il clero sembra a disagio” quando si trova a contatto con il mondo dei media. “La Chiesa non è più il centro del mondo, ma resta il suo punto di riferimento”, ha osservato Giebert, che in nome della “trasparenza” ha chiesto alla comunità ecclesiale di “essere più presente nei media”, scegliendo però bene “il campo di intervento”. “Non comunicare mai se si è in posizione di debolezza”: questa, per il relatore, la prima “regola” da seguire, partendo dalla consapevolezza che “quando si è al centro di una polemica e la tempesta mediatica è troppo forte, non si viene ascoltati”. Un esempio concreto: le notizie sul Papa ricoverato al Gemelli: “La maggior parte dei giornali ha commentato Giesbert si sono attenuti alla comunicazione ufficiale rassicurante del faticano. Eccellenti colleghi hanno perduto il loro sangue freddo. Quando la macchina mediatica è in moto in tutti i continenti, niente può fermarla. Meglio avere pazienza e lasciarla passare”. “Disturbare” il proprio tempo, ad esempio denunciando la “commercializzazione dell’informazione, l’occupazione dei media da parte dei grandi gruppi industriali, la neutralità fredda mostrata davanti agli orrori del mondo”: questo un altro compito assegnato dal giornalista alla Chiesa, da parte di una comunità ecclesiale in grado di superare il proprio “complesso di inferiorità” tramite la capacità di “essere se stessa, senza cercare di essere alla moda”.