A differenza di quella naturale, che è un "atto privato", la fecondazione artificiale è un "atto pubblico", che va ben al di là del vissuto della coppia e coinvolge "la società ed il destino delle future generazioni". A rimarcarlo è stata oggi Maria Luisa Di Pietro, del Centro di Bioetica dell’Università Cattolica di Roma, nel corso di un incontro sulla legge in materia di procreazione medicalmente assistita. "La legge 40/2004 ha fatto notare l’esperta non permette nulla di ingiusto che prima fosse vietato, ma dichiara illegali e punibili molte ingiustizie gravi che prima erano permesse in un contesto in cui la soppressione totale non risultava possibile". Così facendo, il testo legislativo, anche se "non pienamente condivisibile dai cattolici", risponde alla logica della "riduzione di danno", ovvero del "raggiungimento del massimo bene possibile. E’ una legge ‘ingiusta’ per la morale cattolica, ma meno ‘ingiusta’ di altre. Per questa ragione va fermamente sostenuta e accompagnata dall’impegno educativo e culturale sui valori della vita, della famiglia e della dignità della procreazione umana". Tra i diritti garantiti dalla legge in questione, un capitolo a sé è rappresentato ad esempio dai "diritti della coppia" (oltre che a quelli del concepito), che comprendono "il diritto all’informazione, alla gradualità, alla formazione del consenso", ma anche "il dovere alla genitorialità" dopo il concepimento ed il diritto alla "prevenzione" della sterilità. Un capitolo, questo, "molto disatteso nella prassi", ha informato Di Pietro, e che invece la legge 40 raccomanda all’attenzione pubblica. "Non si è fatto niente, ad esempio commenta la relatrice – per ridurre la sterilità maschile, che è oggi la prima causa di infertilità. Manca totalmente, inoltre, qualsiasi forma di educazione alla prevenzione". Senza contare, infine, i "risvolti psicologici, spesso devastanti, sulle coppie andate incontro a ripetuti ‘fallimenti’ delle tecniche di procreazione assistita".