” “”E’ quando si mette al centro la persona e si moltiplicano azioni solidali e di conoscenza reciproca che si riesce a dare sicurezza”. Lo ha dichiarato al Sir mons. Vittorio Nozza, direttore della Caritas italiana, a margine dei lavori del seminario “Il muro israeliano in Cisgiordania: dati e fatti”, organizzato oggi a Roma dalla stessa Caritas. Parlando della situazione nei Territori palestinesi e della costruzione della barriera israeliana mons. Nozza si è detto convinto che “non è militarizzando i Territori che possiamo dare sicurezza alle persone ma è moltiplicando azioni e strumenti di solidarietà rivolti alle popolazioni. Ritengo che pur nella situazione di conflitto presente questa può essere una strada praticabile. La costruzione di un muro, di una barriera, che in alcuni tratti invade anche un territorio non proprio, finisce per aggravare la situazione e penalizzare le persone. Tutto viene impoverito, scuola, lavoro, sanità, mobilità, comunicazioni. Per questo la barriera israeliana, anche se pensata in termini di difesa e di sicurezza, non va nella giusta direzione”. Parole confortate dai dati presentati al seminario da diversi rappresentanti di associazioni impegnate a favore dei diritti umani e della pace. “750 check point israeliani nella sola Cisgiordania, 2,1 milioni di alberi (olivi, agrumi e mandorli) sradicati, 2702 abitazioni demolite solo a Gaza, 15360 palestinesi senza casa a Rafah, 7705 detenuti palestinesi nella carceri israeliane, tra questi 320 giovani e 12 bambini, 112 le donne. 5000 gli studenti che hanno abbandonato gli studi per non dover passare più dai posti di blocco militari, 700 i bambini uccisi, il 99% con ferite nella parte superiore del corpo” sono alcuni numeri snocciolati da Issa Ghrayeb, della Caritas Gerusalemme, che rivelano “l’agonia e la sofferenza quotidiana del popolo palestinese che vive sotto occupazione dell’esercito israeliano dal 1967”. “Aumenta la povertà ha aggiunto e la disoccupazione. L’economia palestinese è al collasso. Un palestinese deve lavorare 28 anni per guadagnare quello che un israeliano guadagna in un anno. Le trattative riavviate tra i due Governi stanno legittimando l’occupazione. Non sono negoziati di pace ma solo per un cessate il fuoco”. “Il muro non separa solo gli israeliani dai palestinesi, ma soprattutto i palestinesi dai palestinesi e dalla loro terra” gli ha fatto eco Antigona Ashkar del Centro di informazione israeliano per i diritti umani nei Territori occupati, B’Tselem, per la quale il muro in costruzione di fatto “eviterà il riconoscimento da parte israeliana dei confini prima del 1967, sancirà la definitiva esistenza delle colonie e favorirà le comunità ebraiche a discapito di quelle palestinesi. La scelta del muro a difesa dei confini e della sicurezza dei civili ha poi concluso legalizza anche l’uso dell’esercito e la deroga al rispetto dei diritti umani”.