CARD. RUINI: IL CRISTIANESIMO NON E’ UNA "MORALE DELLA MORTIFICAZIONE". NO A "RIMOZIONE" DELLA SOFFERENZA, SI’ A "PRIMATO DELL’INTERIORITÀ"

” “Di fronte a “tendenze e comportamenti sempre più diffusi nella società e nella cultura”, che “portano ad escludere, come sbagliato e inutilmente dannoso, ogni atteggiamento di accettazione della sofferenza e tanto più la decisione di intraprendere volontariamente un itinerario penitenziale”, il cristiano deve “vivere con serietà e intensità” il tempo della Quaresima a partire dal “primato dell’interiorità” e dalla pratica delle tre “buone opere” del digiuno, dell’elemosina e della preghiera. Lo ha detto il card. Camillo Ruini, presidente della Cei, che aprendo oggi il Consiglio permanente dei vescovi italiani ha dedicato metà della sua prolusione alle tematiche ecclesiali e spirituali, patendo dalla constatazione che l'”atmosfera” sopra descritta, che “tutti respiriamo”, condiziona inevitabilmente i modi di sentire e le scelte delle persone, comprese quelle che partecipano alla vita della Chiesa o hanno comunque un sincero interesse religioso”. Di conseguenza, “il tempo della Quaresima non ha rilievo concreto per la maggioranza della popolazione” e più in generale “è ormai fortemente a rischio quella fondamentale dimensione della nostra fede che è l’invito alla conversione”. Oggi, è il grido d’allarme dei vescovo italiani, c’è “chi sostiene che il cristianesimo, proponendo ed esigendo una morale della mortificazione, in realtà è incomponibile con la moderna economia, che sottende e presuppone un’etica del consumo e della soddisfazione dei desideri”. Al contrario – ha sottolineato il cardinale – nel “cammino penitenziale” tipico della Quaresima “c’è una grande affermazione del primato dell’interiorità, ma di un’interiorità non chiusa in se stessa, bensì abitata, prima che da noi stessi, anzitutto da Dio”. “Riconoscere la nostra debolezza, anche morale – ha concluso Ruini citando le tre “buone opere” quaresimali (digiuno, elemosina e preghiera) – e il bisogno di redenzione non comporta in nessun modo adagiarsi nel pessimismo e non amare la vita, non saper gioire e godere dei beni della terra, aver paura della libertà e non osare di promuoverla, in noi stessi e nella società. Significa invece essere consapevoli della nostra fragilità di creature libere e peccatrici, e quindi non presumere di poter costruire un mondo perfetto o di poter agire indipendentemente dalla realtà di noi stessi e del mondo in cui viviamo”.