Pubblichiamo la nota Sir di questa settimana L’Asia centrale ex-sovietica è in fermento. Dopo i disordini in Kirghisistan, che hanno avuto fortunatamente un esito pacifico, portando alle dimissioni del presidente, è il vicino Uzbekistan a balzare alla cronaca mondiale per un ancora oscuro, ma sanguinosissimo episodio di terrore. Tutta la grande cintura tra la Russia, l’India e la Cina insomma è in movimento, anche se in realtà le dinamiche che si scontrano sono almeno due. C’è da un lato un rinnovato interesse per l’area che va dal Caspio alla Cina, ricca di risorse naturali non sfruttate, che sta mettendo in discussione, sulla spinta di sempre più importanti contatti con l’Occidente (cioè con gli Stati Uniti) regimi classicamente post-sovietici. In questo la Georgia ha fatto da apripista. In secondo luogo c’è l’effetto 11 settembre. Questa larga cintura infatti rappresenta una sorta di retrovia della ormai permanente presenza militare americana in Afghanistan (e in Iraq). Subisce così i contraccolpi di un terrorismo ancora non estirpato, annidato nelle ridotte montane. Di più: i Paesi dell’Asia centrale post-sovietica sono una sorta di perno intorno al quale si giocano tre partite significative: quella iraniana, alla prova dell’elezione presidenziale e dunque di un agreement le cui timide prime espressioni si sono avute proprio a Piazza S. Pietro, in occasione dei funerali di Giovanni Paolo II, quella della pacificazione indo-pachistana, e quella cinese. Pochi dubbi ci sono infatti che sia la Cina la grande questione geo-strategica del nuovo secolo: è dunque fondamentale, per l’unica superpotenza uscita dal XX secolo, gli Stati Uniti, essere in grado di assicurare forme di presenza ai confini stessi della Cina, riaprendo la grande strada delle Indie.
In questo quadro la questione irachena assume un ulteriore significato. Pacificare l’Iraq è una sfida fondamentale per arrivare a prospettive di soluzione del conflitto israelo-palestinese, ma può anche significare il definitivo superamento della sfida del terrorismo. Le prospettive sono incerte, ma è chiaro, come ha riconosciuto la stessa Condoleeza Rice, "le armi non bastano". Non è un caso che il governo guidato da Ibrahim al- Jaafari, insediatosi lo scorso 26 aprile, sia stato accolto da una violentissima offensiva terroristica. Occorre invece che possa essere messo in condizioni di operare e di arrivare alla stabilizzazione.
Ecco allora, proprio in un grande crocevia di popoli e di civilizzazioni, che risaltano le parole e l’esempio del Papa: l’appello alla pace, come "ponte fra cielo e terra" e l’impegno della Chiesa: "deve aprire le frontiere fra i popoli e infrangere le barriere fra le classi e le razze". Accanto a tutti gli uomini ed i popoli di buona volontà.