Il figlio non è un "prodotto" il cui valore dipende dalla sua "buona qualità", o un "oggetto del desiderio" da avere ad ogni costo, ma "un preziosissimo dono da accogliere con amore, qualora giunga". A ricordarlo è mons. Michele Pennisi, vescovo di Piazza Armerina, che intervenendo sul referendum sulla legge 40/2004 si scaglia contro la "moda" secondo la quale "il ricorso alle tecniche di riproduzione artificiale potrebbe rappresentare addirittura una via preferenziale, rispetto a quella ‘naturale’, per mettere al mondo un figlio, poiché attraverso queste tecniche è possibile esercitare un più efficace ‘controllo’ sulle qualità del concepito, in relazione ai desideri di chi o richiede". Tutto ciò, ammonisce il vescovo, "contribuisce a considerare il figlio alla stregua di un ‘prodotto’, il cui valore in realtà dipende in gran part dalla sua ‘buona qualità’, sottoposta a severi controlli ed accuratamente selezionata", grazie alla "eliminazione sistematica di quegli embrioni umani che risultino mancanti della qualità ritenuta sufficiente, per di più secondo parametri e criteri inevitabilmente opinabili". "Un più che comprensibile e lecito ‘desiderio del figlio’ non può mai trasformarsi in un pretenzioso ‘diritto al figlio a tutti i costi", è il grido di allarme del vescovo, secondo il quale "il dono della fecondità coniugale va concepito in maniera ben più ampia della sola dimensione della fertilità biologica", ad esempio scegliendo gli istituti dell’adozione e dell’affidamento familiare. Quanto al dibattito sui referendum, mons. Pennisi ricorda che, anche se non può definirsi una legge "cattolica", la legge 40/2004 ha il merito di "porre fine a un vuoto normativo, presente ormai solo in Italia, le cui conseguenze inaccettabili erano pressoché da tutti riconosciute".