” “Pubblichiamo la nota Sir di questa settimana. Per un’astuzia del calendario l’anniversario della fine della seconda guerra mondiale si rincorre con quello dell’avvio del processo europeo, l’8 e il 9 maggio. Ma proprio il gioco delle date così vicine fa risaltare un nesso storico tanto evidente quanto problematico, lo spazio di un lunghissimo dopoguerra. Quest’anno il dato è molto evidente. Di mezzo c’è stata, infatti, proprio l’anno scorso, la “riunificazione” dell’Europa, cioè il grande allargamento dell’Unione a 25 Stati. Tra cui appunto tutti quelli dell’Europa centrale e orientale ex satelliti (o addirittura annessi, come le tre repubbliche baltiche) all’Urss. Così, per la prima volta, un anniversario rotondo della fine della guerra, il sessantesimo, celebrato in pompa magna in Russia, impone di parlare senza reticenze della catena dei totalitarismi, cioè della successione, in una porzione significativa di Europa, dallo stalinismo al nazismo.
” “Ci aveva già riflettuto, alla fine del suo pontificato, Giovanni Paolo II, nel libro “Memoria e identità”. Ne aveva data una spiegazione rinviando all’economia della salvezza, per cui “ciò che veniva fatto di pensare era che quel male fosse in qualche modo necessario al mondo e all’uomo”, in vista di un bene maggiore.
” “Da un altro punto di vista Bush ha qualificato senza mezzi termini il regime e l’egemonia sovietica per quello che effettivamente sono stati, in sostanza una forma di prosecuzione in altre forme dell’oppressione e della tirannide nazista su una larga fetta d’Europa. Non esita allora il presidente americano a mettere in atto una sorta di autocritica su Yalta, rilanciando un impegno globale contro i regimi antidemocratici, oggi e per il futuro, a tutto campo.
” “Iniziativa ruvida, quella del presidente, ma sicura espressione del desiderio di tanti Paesi ex-satelliti, non solo europei, ma anche della fascia caucasica e asiatica, di affermare con chiarezza la verità sul lungo dopoguerra conclusosi solo con l’adesione all’Unione. E qui probabilmente c’è una lezione anche per la stessa Unione europea. Oggi la tensione sui valori e sui principi della democrazia è si può dire massima nel discorso politico americano e minima in quello europeo. Alla lunga, questa discrasia, questa divaricazione, può indebolire la strada dello sviluppo della democrazia, non solo di fronte alla Russia, che sta rispondendo apparentemente piccata alle sollecitazioni americane, ma in prospettiva soprattutto di fronte alla Cina, come anche nella questione irachena. L’Unione dal canto suo può fare di più. Rileggere connesse la lezione dell’8 e del 9 maggio, e dunque dei padri fondatori, non a caso così fieri della loro ispirazione cristiana e insieme della loro laicità, può dare stimoli sempre nuovi. E fare uscire da una sorta di torpore culturale e spirituale, dunque etico-politico.