” “Pubblichiamo la nota Sir di questa settimana. Visto dall’Italia, dal punto di vista della politica italiana, il dibattito in corso sull’Europa rischia di apparire fuorviante. Rischia infatti sempre più di impastarsi con le nevrosi della nostra politica, producendo nei cittadini non solo un senso di disillusione, quanto di estraneamento progressivo. E questo sarebbe negativo da due punti di vista. Il primo relativo proprio alla qualità e alle prospettive del dibattito interno. Il secondo al futuro stesso dell’Unione. In realtà, come ben sappiamo ormai da decenni, i due piani sono tra loro strettamente intrecciati. È evidente che quella di questi mesi è una delle tante crisi che hanno segnato l’ormai più che cinquantennale processo di integrazione europea. Di fronte a due passaggi molto importanti, l’allargamento e il Trattato costituzionale, sono emersi problemi antichi e nuovi. E allora, forse, può essere utile rovesciare la questione, così come sembra oggi all’ordine del giorno di tanti partiti e di tanta parte del dibattito e non chiedersi cosa l’Unione possa fare per l’Italia, ma cosa l’Italia possa fare per l’Unione. Si tratta insomma di riprendere il filo (peraltro mai interrotto) di quella classe politica italiana, guidata da Alcide De Gasperi, che ha partecipato da protagonista alla fondazione europea. La ricerca storico-politica sta, infatti, approfondendo quel passaggio ed emerge con grande evidenza dalle ricerche e dai documenti d’archivio pubblicati (si veda in particolare al recente volume antologico curato da Ballini e Versori per l’Istituto Sturzo) come gli italiani abbiano sempre giocato un ruolo-chiave, in cui la capacità di proposta si articolava con quella di mediazione.È proprio la miscela necessaria per ritessere il filo di una politica che, consapevolmente articolando lo sviluppo del sistema-Paese e, dunque, l’interesse nazionale, lo ponga armonicamente in un più vasto contesto. Anzi, funzioni da propellente per il processo europeo. Tanto l’antieuropeismo becero, quanto l’opposta tentazione a tutto delegare a una tecnostruttura senza assumere le responsabilità della politica, sono due opposti tradizionalmente presenti nel dibattito anche in Italia. Vale oggi a maggiore ragione l’indicazione che ha segnato questi cinquant’anni e più di politica per l’Europa. La consapevolezza, cioè ,che le Comunità e, poi, l’Unione non sono un super-Stato, ma un’originale prodotto politico e istituzionale, una “casa comune” che va costantemente curata, fatta crescere con pazienza e con costanza, fondandosi su valori etici consapevolmente affermati e su basi aderenti alla realtà sociale, culturale, ai cittadini di più di due dozzine ormai di Paesi, che restano tra loro assai diversi.