” ““Agire sulla prevenzione” e tutelare i diritti del concepito, a partire dai risultati “confortanti” del referendum. A quasi tre mesi dal referendum sulla legge 40, sono questi i versanti principali sui cui “occorrerebbe una maggiore riflessione”, chiedendosi “quanto l’aborto sia volontario e quanto indotto dalle circostanze”. A dichiararlo è Maria Luisa Di Pietro, del Centro di Bioetica dell’Università Cattolica, che in un’intervista – “on line” da stasera su old.agensir.it – commenta i risultati di una recente ricerca statunitense, secondo la quale il feto non sarebbe in grado di percepire dolore durante i primi sei mesi di gestazione, e cioè fino alla 28ma settimana di gravidanza. Dietro i dati dello studio, sostiene l’esperta, c’è “un tentativo di anestetizzare la coscienza, attraverso una manipolazione di quest’ultima, come si è già cercato di fare in un altro campo quelle delle prime fasi di inizio della vita nel corso della campagna pre-referendaria. In realtà, invece, l’aborto è sempre una grande ferita per ogni donna, come dimostrano i dati sull’aumento della sindrome post-abortiva, che si può manifestare in modi diversi, anche a distanza di tempo, modificando la capacità di relazione della donna con gli altri, con il proprio partner, con i figli già nati…”. Al di là del dibattito sulla legge 194, fa notare Di Pietro, “spesso l’aborto non è una scelta fatta con lucidità, ma a fronte di una situazione drammatica, dove la donna viene lasciata sola con la sua sofferenza”. Dopo i risultati “confortanti” del referendum, conclude l’esperta, “bisogna chiedersi si fa abbastanza per evitare che oltre 130mila figli ogni anno vengano eliminati, o per impedire tutti quegli infanticidi cui la cronaca anche di questi giorni ci ha purtroppo abituati”.