L’esperta Caritas ricorda che in Italia "il vero problema non è tanto l’accoglienza, gestita bene dalle capitanerie di porto e dalle forze dell’ordine spiega ma le condizioni di trattenimento temporaneo nei centri. A Lampedusa negli ultimi due anni si stanno verificando dei rimpatri diretti, con identificazioni sommarie e procedure del tutto improprie che violano i diritti dei richiedenti asilo. Non c’è un traduttore e a volte si decide la nazionalità delle persone in base al colore della pelle". La struttura di Lampedusa, precisa, "non può reggere da sola impatti troppo forti. Dovrebbe essere invece destinata solo alla prima accoglienza, per poi smistare i migranti in altri centri in Calabria e Sicilia, nei quali avere la garanzia di verifiche sufficienti". In ogni caso, precisa, "la visita di una delegazione non è sufficiente ad accertarsi dei reali problemi se in quelle giornate il centro non è pieno come quando ci sono gli sbarchi". Le Quyen Ngo Dinh evidenzia anche la "contraddizione" tra l’atteggiamento del Parlamento europeo, "più attento a garantire tutele" e quello della Commissione, "più centrato su sicurezza e antiterrorismo", tanto da varare, nei giorni scorsi una proposta di direttiva sui rimpatri forzati piuttosto restrittiva. La Caritas e altre ong si dicono preoccupate soprattutto "per il carattere non sospensivo di un eventuale appello, ossia l’impossibilità di chiedere un riesame della richiesta di asilo".