Per “declinare la speranza cristiana nella cultura del nostro tempo” occorre “non appiattirsi sui dettami della religione civile” e, più che “inventare forme culturali nuove o più suasive”, bisogna “testimoniare le meraviglie di un amore creduto e sperimentato”. E’ quanto ha affermato stamani Giuseppe Bellia, docente di teologia biblica alla Facoltà teologica di Sicilia, intervenuto all’VIII Simposio teologico pastorale promosso dal Centro di orientamento pastorale (Cop) e dall’Istituto teologico leoniano. L’incontro, ospitato dal Pontificio collegio leoniano di Anagni, ha come tema “Declinare la speranza cristiana nella cultura del nostro tempo: urgenze, risorse, scommesse”, e si propone di approfondire la riflessione sulla speranza in preparazione al Convegno ecclesiale di Verona (16-20 ottobre 2006, su “Testimoni di Gesù risorto speranza del mondo”). “Urgenza primaria – ha proseguito Bellia – è non farsi catturare dalla cultura avvolgente di questo opaco tempo di mutazione dove il cattolicesimo rischia” di ridursi “a un buon senso che si ingegna di usare la fede per edificare una religione civile”. Rilevando “le difficoltà che incontriamo nell’essere un vero segno di speranza per i nostri simili”, Bellia ha parlato di “perniciosa assenza di tensione escatologica dei cristiani”; un “vuoto teologale” che nessuna iniziativa culturale “è in grado di colmare”. Di qui la necessità di “un abbandono sempre più convinto allo Spirito” per riproporre con coraggio “ad un mondo mondanizzato che il suo travaglio ha un senso e il suo finire un termine: l’appuntamento con Cristo”.