“Nel momento in cui si dà inizio al Convegno, occorre trovare una capacità di sintesi che metta in campo le migliori risorse dei credenti e delle Chiese d’Italia. Il cattolicesimo italiano ha espresso figure di giganti nella fede e nella cultura, nella santità e nell’operosità sociale, che hanno saputo innervare in modo originale il tessuto civile del Paese”: lo ha detto questa mattina don Franco Giulio Brambilla, docente di cristologia e antropologia teologica e preside della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, aprendo la sua relazione sull’orizzonte teologico-pastorale del Convegno ecclesiale di Verona sul tema della “speranza”. “La parola speranza ha poi aggiunto non appartiene solo alla lingua cristiana, ma anche al linguaggio umano di ogni tempo. Soprattutto nel tempo della società fluida e ripiegata sull’immediato, l’attesa di futuro esige di correggere le malattie della speranza e di mettere in luce i germogli positivi presenti nelle esperienze della vita attuale”. Brambilla ha poi messo in guardia dal rischio dell'”isolamento personale”, sottolineando che “oggi la speranza è confinata nello spazio intimo di una speranza individuale o nell’ambito di un progressismo sociale, senza che si riescano a vedere gli stretti legami che uniscono le speranze della persona e le attese della società”.