Mons. Sleiman ha poi ricordato le ultime violenze cui sono stati soggetti i cristiani iracheni: "il rapimento di tre sacerdoti, liberati solo dopo il pagamento di un riscatto, un prete siro-ortodosso decapitato a Mossul, esplosioni nei quartieri cristiani che hanno provocato 50 morti". La loro debolezza nella società irachena fa sì che "i cristiani vengano rapiti per ottenere riscatti, che debbano lasciare i loro posti di lavoro a favore di altri. Sono condannati alla disoccupazione, poiché per paura di essere perseguitati non accettano lavoro da aziende straniere. Sono impauriti al punto di non frequentare chiese e luoghi di culto a causa di attentati". "I cristiani si sentono stranieri nel loro stesso Paese, – è stata la conclusione – sono i grandi dimenticati del gioco politico iracheno. Poco uniti faticano a far sentire la propria voce e ignorati pensano a vincere la paura cercando nuovi paradisi, emigrando, come negli Stati Uniti, Terra promessa per eccellenza".