"A prescindere dalle valutazioni etiche", puntualizza inoltre l’esperta di bioetica, l’eventuale creazione di tale tipo di embrione presenta "evidenti limiti di natura tecnica". A partire dalla natura stessa di tali cellule embrionali ibride, che induce a chiedersi "quale può essere l’utilizzo a livello di cellule staminali sull’uomo". L’ipotesi di un embrione-chimera, precisa infatti Di Pietro, "rende più gravi e problematici aspetti già presenti nelle cellule staminali embrionali, come l’eventualità di rigetto e la possibilità di una trasformazione in cellule tumorali. Non solo tali cellule provengono da un soggetto estraneo e riconoscibile come non compatibile, ma da materiale di diversa specie". Il progetto dell’embrione chimera, dunque, secondo l’esperta "parte già male dal punto di vista scientifico, e una cattiva scienza è già una cattiva etica". Senza contare l’assicurazione sul fatto che verrebbe fatto crescere al massimo entro il 14° giorno: "Un ennesimo richiamo a una convenzione, che non mette in evidenza il fatto che già dal momento della fecondazione inizia l’esistenza di una nuova identità", commenta Di Pietro. "Se si tratta di un embrione non umano, perché allora porsi la questione del 14° giorno?", commenta soffermandosi su tale "contraddizione".