"Gli istituti non sono solo quelli con più di 15 bambini: anche nelle comunità e nelle famiglie vi possono essere processi istituzionalizzati". Non basta ragionare sui numeri secondo Caterina Pozzi, coordinatrice del gruppo minori del Coordinamento nazionale comunità di accoglienza (Cnca). "Non è sufficiente cambiare la facciata, se poi non si cambiano gli arredi, cioè le dinamiche con cui ci si rapporta ai minori", spiega al Sir a margine dell’assemblea nazionale del Cnca, tenutasi ieri a Rimini con un convegno sul tema "Responsabilità comuni. Chiudere gli istituti per minori non basta!". "Per ogni bambino afferma servono percorsi specifici, che tengano conto del suo background e della famiglia d’origine". Nel corso del convegno è stato presentato un documento sull’accoglienza "rivolto innanzitutto a chi lavora dentro le nostre comunità e, in secondo luogo, agli interlocutori pubblici per parlare di livelli essenziali e qualità dei servizi". "All’indomani della chiusura degli istituti precisa Pozzi il primo passo del governo dovrà consistere in un impegno a stabilire i ‘Liveas’, livelli essenziali delle prestazioni e dei servizi socio-assistenziali, che in altri termini significa reinvestire nel welfare. Perché finché non ci sono diritti esigibili conclude non potranno neppure esserci diritti garantiti".