"Saper perdere il proprio tempo per non perdere la propria anima": è questa, per Jean Greisch, dell’Institut catholique di Parigi – la cui relazione al convegno sul teologo ucciso dai nazisti in corso a Vercelli è stata letta da Claudio Fiorilli (Università del Piemonte Orientale) – la sintesi della meditazione di Bonhoeffer nella lettera "Dieci anni dopo" inviata ad amici e congiunti come regalo di Natale, alla svolta degli anni 1942-43 (egli morirà il 9 aprile 1945). "Ciò che fa di un uomo un buon resistente ha affermato Greisch in riferimento alla raccolta di scritti "Resistenza e resa" è un genere particolare di ottimismo, che non si confonde con la superficiale ed ingenua convinzione che le cose prima o poi si sistemeranno". Bonhoeffer sprona "ad un ottimismo diverso la cui risorsa è la speranza di quanti osano credere che il futuro appartiene loro, anche se questo futuro si manifesterà soltanto dopo la loro morte. Un tale ottimismo non teme la morte, perché sa bene che la morte non è il peggiore dei mali". È a questo punto che: "I due termini, resistenza e resa, cessano di opporsi. "Resa" (ergebung) non è più sinonimo di sottomissione al destino cieco che ci distrugge, ma nel termine tedesco riecheggia la parola "dono", il dono che consiste nell’acconsentire al compito che ci è dato, anche se questo sembra andare ben oltre le nostre forze". Una traduzione più corretta, secondo Greisch, sarebbe allora: Restare saldi e acconsentire. Per Bonhoeffer non possono essere buoni resistenti i geni, i cinici, i dispregiatori di uomini e gli strateghi raffinati, ma solo gli umili custodi dell’umanesimo dell’altro uomo che la tradizione ebraica chiama giusti".