Pubblichiamo la nota SIR di questa settimana
Rintracciare, mettere in evidenza, operare, investire per ciò che è di tutti, ciò che è comune, il senso comune, il bene comune: forse è questa oggi la priorità. Lavorare su ciò che è "comune" comporta ovviamente articolare il confronto, la dialettica anche serrata, nella prospettiva però di guardare avanti, di crescere, di costruire, tessendo "fili di speranza". Quei fili che ci sono e che sempre meglio devono risaltare nel nostro tessuto sociale, percorsi persuasivi di autentico sviluppo nella concreta situazione storica, degli italiani concreti, uomini, donne, bambini, famiglie, "mondi vitali" che fanno così ricca l’Italia e prima di tutto proprio la Chiesa in Italia.
Una realtà italiana fatta di persone, istituzioni, connessa ovviamente con il quadro più ampio e a sua volta caratterizzata da molteplici differenze interne, ma che rivendica una sua identità, una sua specificità, resiste a tentativi di omologazione, a meccaniche trasposizioni di modelli e di comportamenti e anzi può dire qualcosa di originale, può rappresentare a sua volta un riferimento.
Queste sono le prime impressioni che stanno dietro il percorso verso il IV Convegno ecclesiale nazionale di Verona, che è ormai iniziato, nelle diocesi, come a livello regionale e nazionale. E avrà tra breve, nell’incontro nazionale promosso dall’Ufficio comunicazioni sociali ad Ancora un ulteriore momento di verifica su una frontiera sensibile e strategica, per il ruolo, le responsabilità e le potenzialità del sistema della comunicazione.
Non mancano questioni stringenti. I media riflettono il Paese oppure posizioni, circuiti, opzioni, ipotesi, circoli limitati e ristretti? Sanno proporre, in modo pertinente, orientamenti, forme di coesione oppure rincorrono lo spettacolo e il consumo?
È evidente che in questi anni si gioca una partita cruciale sulla "questione antropologica": si devono, infatti, prendere delle decisioni di grande portata, non solo a livello politico-amministrativo, ma di compaginazione della società. Proprio per questo è necessario che la rappresentazione non faccia velo alla realtà, non enfatizzi un preteso "nuovo" che non risponde a nessuna esigenza sociale, ma a interessi precisi e ristretti.
Non che non si debba fare dell’irenismo a buon mercato o dell’ottimismo a prezzo di saldo. Ma la sensazione è che, essendosi consumati molti dei "cuscinetti di grasso" metabolizzati per lunghi anni nel corpo sociale, c’è una responsabilità nuova in tutti gli attori della dialettica sociale, culturale, politica, economica. A meno di accettare di ritrovarsi tutti più poveri, bisogna ricostruire le riserve, sviluppare il più possibile ciò che compagnia, che tiene insieme, che rappresenta una base comune, propellente di sviluppo.