Pubblichiamo la nota Sir di questa settimana.
La deflagrazione ad orologeria della protesta contro le vignette danesi, con la sua tragica coda in un ampio quadrante del mondo islamico, è un fatto nuovo e antico, che può aiutarci a cogliere alcuni possibili scenari del dibattito ideologico e culturale planetario. Finite le ideologie del XX secolo e venuta meno l’illusione dell’auto-regolazione del mercato globale, questo mondo post 11 settembre non può non fare i conti in modo nuovo con il dato religioso e identitario. Unanime apprezzamento ha suscitato la nota della sala stampa vaticana del 4 febbraio, che in questo quadro può offrire una utile bussola di orientamento. E’ un testo breve e significativo perché è il frutto di una posizione, quella della Santa Sede e più ampiamente della Chiesa cattolica, che sa tenere bene ferme e bene collegate la questione religiosa e quella della democrazia, libertà, giustizia e verità. E questo vale tanto di più, alla luce dell’assassinio nella sua chiesa di Trebisonda di padre Andrea Santoro. Affermare che il diritto alla libertà di pensiero e di espressione non può implicare il diritto di offendere il sentimento religioso dei credenti mette in guardia contro ogni secolarismo, contro i pericoli di una secolarizzazione radicale proprio in ordine alla dignità dell’uomo e pone il tema del limite, essenziale per fare vivificare e fruttificare la democrazia. "L’ordine delle cose deve essere subordinato all’ordine delle persone e non l’inverso" affermava con espressione icastica la costituzione conciliare Gaudium et Spes riecheggiando un famoso versetto evangelico. Occorre, ed è il secondo punto, un clima di mutuo rispetto, premessa indispensabile per la pace tra gli uomini e quei soggetti collettivi che sono le nazioni. Infine è il terzo punto – non si possono imputare alle istituzioni pubbliche di un Paese azioni di una singola persona o di un singolo organo di stampa. L’integralismo è una forma non inaccettabile di intolleranza. Qui sta il problema e la sfida per il mondo islamico, che può illudersi di trovare in una miscela tra religione e nazione una scorciatoia identitaria, che tuttavia porta dritto al conflitto, al famoso e mai abbastanza esecrato "clash of civilization". Ecco allora la sfida anche per l’Occidente, in cui l’identità cristiana, se saggiamente valorizzata, può diventare oggi elemento di apertura, di comprensione, di rispetto in un mondo che risulti "globalizzato" in senso virtuoso, puntando sulla soggettività delle persone, delle formazioni sociali, delle nazioni. E sulla loro identità, purificata dalle tentazioni dell’intolleranza e dunque operosa e aperta a futuro. Come testimoniano i tanti che non hanno esitato a pagare di persona per costruire orizzonti di pace e di sviluppo.