“Un civil servant a tutti gli effetti”: così l’ambasciatore svedese in Italia, Staffan Wrigstad ha definito Dag Hammarskjöld (1905-1961), segretario delle Nazioni Unite e premio Nobel per la pace nel 1961, durante un incontro che si è svolto ieri a Torino in occasione del centenario della nascita del diplomatico. Con la liberazione di alcuni aviatori americani caduti prigionieri della Cina nella guerra di Corea, “nel 1955 Hammarskjöld centra la sua prima grande vittoria diplomatica” ha osservato lo storico Massimo Salvadori che ne ha inoltre ricordato la ferma presa di posizione di fronte alle richieste di sue dimissioni dell’allora presidente Urss Kruscev: “Io sono responsabile verso tutti gli Stati membri per cui l’Onu è indispensabile – fu la risposta di Hammarskjöld davanti all’assemblea generale delle Nazioni Unite -. Sarebbe molto facile dimettersi, molto facile chinare il capo davanti a una grande potenza, invece ci vuole coraggio per resistere”. Per don Guido Dotti, che ne ha curato la pubblicazione dl diario, Hammarskjöld fu “un uomo accompagnato da una profonda solitudine, talvolta cupa e talvolta luminosa, ma comunque sempre aperta al dialogo”, e “una persona costantemente in attesa, fedele alla sua solitudine ma pronto alla missione”. “Tutta la sua vita ha concluso Franco Giampiccoli, autore di una recente biografia, è pervasa dal desiderio di un senso per la propria esistenza”. Per il relatore, “era un uomo in cammino dietro a Cristo, pur consapevole che quella strada l’avrebbe portato al sacrificio”.