Un giudizio "fortemente negativo" sulla Legge Biagi (n. 30/2003), che ha riformato il mercato del lavoro introducendo forme di contratto "flessibili" è quello che emerge dalla ricerca qualitativa condotta nell’ultimo biennio dalla Fondazione Emanuela Zancan, in collaborazione con l’Università di Bologna, presentata oggi a Roma nel documento “Orientamenti etico-politici per una società in evoluzione e riflessi sullo stato sociale”. Mons. Giuseppe Pasini, presidente della onlus che da quarantanni si impegna a contribuire "all’elaborazione di politiche sociali e di una cultura che possa orientarle", ha illustrato le finalità della ricerca: “Analizzare le ricadute sulla persona del lavoratore, sotto il profilo psicologico e sociale, e sulle famiglie, della trasformazione in atto nel sistema del welfare del nostro Paese”. Su sessanta lavoratori atipici intervistati, tra i 25 e i 40 anni, di cinque regioni (Veneto, Emilia Romagna, Puglia, Abruzzo, Marche), oltre i due terzi si dichiarano “flessibilizzati” ha detto mons. Pasini perché “costretti alla precarietà, che vivono con sofferenza e frustrazione”. Tra gli atipici, ci sono quelli che il direttore della Fondazione Zancan, Tiziano Vecchiato, definisce i “surfisti”: coloro che “hanno l’abilità di cogliere le migliori opportunità della flessibilità”. Ma sono una minoranza e “la maggior parte dei precari non potrebbe vivere senza il sostegno, economico e morale, della famiglia. Con effetti disastrosi nella vita quotidiana e soprattutto sulla progettazione del futuro”.(segue)