LAVORO: CAMPAGNA "ABITI PULITI", AD UN ANNO DALLA TRAGEDIA IN BANGLADESH "ANCHE IMPRESE ITALIANE SFRUTTANO LAVORATORI TESSILI"

Un anno dopo la tragedia della fabbrica tessile "Spectrum Sweater" di Dhaka, in Bangladesh, dove morirono 64 persone, più di 70 rimasero ferite e centinaia persero il lavoro, gli attivisti della "Clean Clothes Campaign" in Europa e in Bangladesh denunciano il fallimento delle richieste di risarcimento per le famiglie dei deceduti e dei sopravvissuti e lanciano una azione di pressione verso le ambasciate del Bangladesh in Europa "per le critiche condizioni di lavoro nelle fabbriche del settore tessile, dove nuovi incidenti nelle scorse sei settimane hanno causato morti e feriti". La "Clean Clothes Campaign" (una rete internazionale di ong e sindacati, in Italia si chiama "Campagna Abiti puliti") ricorda che finora solo tre imprese clienti della fabbrica bengalese hanno accettato di contribuire al fondo di compensazione per i sopravvissuti e le famiglie delle vittime "che cucivano i vestiti per loro". Ma ancora vasto è il gruppo di imprese europee che "non si sono ancora impegnate", nemmeno le due imprese italiane segnalate al momento del crollo come committenti. La Campagna Abiti puliti fa presente che "molte imprese italiane lavorano con imprese del Bangladesh", dove i lavoratori sono sfruttati "in condizione inaccettabili". “Molti marchi noti di vestiti che indossiamo sono prodotti in condizioni che sarebbero considerate illegali in Italia, come, ad esempio, il gruppo Coin con il marchio Oviesse, il gruppo Tessival con i marchi Herod e Greenland, il gruppo Teddy con i marchi Rinascimento, Calliope, Terranova”, spiega Deborah Lucchetti, della Campagna Abiti Puliti, che chiede alle imprese italiane una "assunzione di responsabilità".