Viene riaffermato quindi il principio di "reciprocità" e auspicata una "distinzione fra la sfera civile e quella religiosa, anche nei Paesi islamici". Nel testo è descritta la difficile situazione dei cristiani nei Paesi a maggioranza islamica, "generalmente, lavoratori immigrati poveri e senza vero potere contrattuale", con "poca possibilità di far valere la loro causa in giustizia, poiché possono essere facilmente puniti o espulsi". Un capitolo a parte è dedicato alla scuola e all’educazione, nel quale si suggerisce, tra l’altro, di "lavorare per una verifica nei testi scolastici" riguardo "la presentazione storica legata alle religioni". I genitori musulmani e i loro responsabili religiosi, secondo il Pontificio Consiglio, "vanno aiutati a comprendere le rette intenzioni dei sistemi educativi occidentali e le concrete conseguenze di un rifiuto dell’educazione impartita nelle scuole di tali sistemi". Il documento deplora, in particolare, le restrizioni dei diritti umani in alcuni Paesi". Da qui l’auspicio che "le autorità pubbliche dei Paesi di origine degli emigrati cristiani aiutino i loro cittadini, nei Paesi islamici, a ottenere di poter esercitare effettivamente il diritto di libertà religiosa". Un’ultima parola è rivolta ai media, "che possono offrire un importante contributo alla “formazione” (e, purtroppo, viceversa, alla deformazione) di cristiani e musulmani".