REFERENDUM COSTITUZIONE: DOPO QUESTO RISULTATO

Pubblichiamo la nota SIR di questa settimana. Pur pressato tra la canicola e i mondiali di calcio, ha votato il 53,6% degli italiani: un dato molto significativo. Il risultato è altrettanto evidente. Vince il "no", sopra il 60%. È un chiaro segnale, in sostanza unanime lungo lo stivale. Anche nell’Italia settentrionale, infatti, vince il "no", a sottolineare che al cosiddetto "malessere" del Nord è tempo di dare risposte di alto profilo nel merito. Più ampiamente emerge, comunque sia, ben chiaro il rifiuto di una riforma così estesa e controversa, in particolare sul tema cruciale della forma di governo, ben più che la cosiddetta "devolution" al cuore del progetto sottoposto a referendum. I cittadini hanno inequivocabilmente confermato che restiamo in una democrazia parlamentare, sia pure con un sistema elettorale maggioritario. Il fallito referendum risulta, dunque, periodizzante da due punti di vista. Prima di tutto a proposito dell’oggetto, la riforma della Costituzione. Sono passati più di venticinque anni da quando Bettino Craxi, da poco segretario del rinnovato Psi, lanciò l’idea, nella fase conclusiva della "solidarietà nazionale" della "grande riforma". Da allora, nel pieno del secolo scorso, il vessillo della grande riforma è stato via via raccolto da pressoché tutte le forze politiche, con magniloquenti retoriche, passate negli anni dall’uno all’altro schieramento e risultati sempre assai modesti e spesso contraddittori. È ora probabilmente di porre il problema delle politiche di riforma istituzionale e costituzionale a partire da un dato che è ben presente in un elettorato, quello italiano, consapevole e capace di distinguere elezione da elezione: prima di tutto quel che conta è la qualità della classe politica. Nessun meccanismo istituzionale può sostituire lo spessore della proposta e dei valori, può fungere da sottofondo retorico. Deve invece rappresentare un punto di riferimento comune, da mantenere attraverso interventi mirati: restano, ad esempio, aperte le questioni relative all’assetto dei rapporti stato-regioni, al Senato federale e al rapporto parlamento–governo, emerse con la precedente riforma del 2001. Con il referendum si conclude anche il ciclo elettorale che tra premesse (alle regionali) e code (tra amministrative e referendum) ha impegnato il Paese in un’interminabile maratona elettorale di più di due anni. Non ci sono appuntamenti ordinari alle urne per i prossimi mesi e la parola è ora al governo, in particolare sui grandi dossier che sono in testa alle preoccupazioni dei cittadini: economia, lavoro, politica internazionale, giustizia sociale, risanamento dei conti, efficienza della macchina dello Stato. Approfitti il governo – che i sondaggi unanimemente non accreditano di nessuna "luna di miele" con cittadini sempre più diffidenti – di questo periodo senza elezioni. E ne approfitti pure l’opposizione. Si tratta per molti aspetti di un lavoro "ordinario" e oscuro. Ma di questo c’è bisogno, c’è tanto bisogno.