Pubblichiamo la nota SIR di questa settimana.
Ha parlato a braccio Benedetto XVI, al culmine della giornata universale di preghiera per la pace in Terra Santa e nel Medio Oriente, celebrando nella chiesa di Rhemes Saint-Georges: "Libera da tutti i mali e donaci la pace, Signore, non domani o dopodomani, donaci la pace oggi".
Perché sa bene, il Papa, che senza questo supporto fondamentale, il supporto della preghiera e della mobilitazione spirituale, non se ne esce, dall’intrico politico, militare, culturale, religioso e ideologico. Certo l’obiettivo geo-politico è chiaro e lo ha ribadito all’Angelus: "Riaffermare il diritto dei Libanesi all’integrità e sovranità del loro Paese, il diritto degli Israeliani a vivere in pace nel loro Stato e il diritto dei Palestinesi ad avere una Patria libera e sovrana". Il Papa non entra nelle dinamiche geo-politiche, rilancia l’appello al cessate-il-fuoco, alla creazione di un corridoio umanitario, all’avvio di negoziati. Ma dice qualcosa in più.
Insiste sul registro religioso, come un antico Padre della Chiesa, pur consapevole di andare incontro a prevedibili censure e incomprensioni.
Qualche giorno fa sul "Corriere della Sera" un opinionista opinava sulla solitudine e il distacco del Papa. Curiosi questi esperti che recitano a soggetto: una volta criticano il Papa per le sue "ingerenze" politiche, un’altra per i suoi "silenzi" e le ingerenze mancate. In realtà, impancandosi a critico, non si era accorto che Benedetto XVI seguiva una linea che lo stesso, a buon diritto, potrebbe definire "profetica", la linea dell’efficacia della preghiera, cui il Papa già aveva fatto cenno al primo Angelus.
Non è un caso che il problema politico-militare nella Regione del Monte Carmelo è posto proprio da una forza politico-militare che si proclama "partito di Dio": "C’è ancora guerra tra cristiani, musulmani ed ebrei" ha constatato il Papa, che così rilancia la specificità cristiana e cattolica proprio nel dinamismo per la pace: "Oggi nel mondo multiculturale e multireligioso c’è la tentazione di non parlare della specificità del cristianesimo, ma questo è sbagliato. Proprio in questo momento in cui c’è un grande abuso del nome di Dio, c’è la tentazione di non parlare della specificità del cristianesimo. Ma questo è sbagliato". Proprio di fronte all’abuso del nome di Dio "occorre affermare che la croce vince con l’amore, affermare il volto di Dio che vince e porta luce e riconciliazione nel mondo". Un atteggiamento profetico, quello del Papa, mite nel tratto, ma che va dritto alla sostanza delle cose e della dinamica della storia: "Alla violenza bisogna rispondere con l’amore che arriva fino alla morte, come quello di Cristo. Questo è il modo umile di vincere di Dio, non con un impero più forte, ma con l’amore che giunge fino alla fine. Questo è il vero modo di mettere fine alla violenza e di vincere il male".