In realtà, nel testo lasciato alla lettura dei sacerdoti e dei diaconi permanenti, il Papa ha sottolineato che “Gesù ai suoi discepoli non ha dato il compito di andare a chiamare altri volontari o di organizzare campagne promozionali per raccogliere nuove adesioni, ma di ‘pregare’ Dio”. Ciò non significa che “la pastorale vocazionale deve limitarsi alla preghiera”, ma che “solo rimanendo in intima comunione con il Padrone della messe”, “si può coinvolgere altri operai nel lavoro per il Regno di Dio”. Insomma, “non ci si muove dunque all’interno di una logica di numeri e di efficienza, ma di gratuità e di dono”. Gli “operai” della messe di Dio, dunque, “sono coloro che sanno mettersi sulle orme di Cristo”, ma “ciò suppone il distacco da sé e la ‘sintonizzazione’ piena con la volontà di Lui”. Si tratta di “un impegno non facile perché urta contro la ‘forza di gravità’ a noi connaturale, che ci porta a convergere sul nostro io. Tale forza la vinciamo soltanto se intraprendiamo un cammino pasquale di morte e di risurrezione”. Attraverso questo cammino pasquale “il discepolo diventa un vero testimone del Signore”.