Per il card. Poupard sono tre le sfide che chiamano oggi in causa ogni credente: “approfondire la propria tradizione religiosa, non in maniera selettiva, ma nella piena fedeltà alla propria tradizione religiosa”; “incontrare i fedeli di altre tradizioni religiose in uno spirito di reciproco rispetto, fiducia ed amicizia”; combattere insieme “per la promozione della dignità di ogni persona attraverso l’impegno nella giustizia”. Lavorare insieme alle altre religioni “per la promozione dell’armonia e della pace è un compito concreto per i credenti”, ha aggiunto: “Infatti, gli antichi pregiudizi, la insufficiente conoscenza, la mancanza di comprensione delle credenze e delle pratiche delle altre religioni e il timore dell’altro, dovuto a tendenze egocentriche dell’uomo, hanno spesso dominato le relazioni umane”. Il cardinale ammette che “il dialogo interreligioso non è sempre un obiettivo facile” ma è “importante non abbandonare la speranza e non attendere che arrivi una crisi per cominciare a costruire relazioni amichevoli fra credenti di diverse religioni”. Inoltre, ha precisato, il dialogo "non è e non deve essere considerato come un segno di debolezza da parte del credente. La ragione dell’impegno nel dialogo interreligioso non è l’ignoranza o l’insoddisfazione verso la propria tradizione religiosa. Al contrario, ci si avvicina ad un altro credente perché si è fermamente radicati nella propria tradizione religiosa”.