"Gli scontri etnici in Bosnia, nel Kosovo, in Macedonia si sono ammantati di etichette confessionali, ma erano conflitti per il possesso del territorio tra chi, come il musulmano, riteneva di avervi una preminenza per longevità di dominio e rilevanza numerica o almeno diritto di cittadinanza, e chi invece, come il serbo e il croato, credeva di esserne l’unico ceppo autoctono, a differenza del ‘turco’ venuto da fuori come invasore". È il parere di Sante Graciotti dell’Accademia dei lincei di Roma, intervenuto questa mattina alla settimana europea su "Storia religiosa dell’Islam nei Balcani" in corso a Gazzada (Varese), per iniziativa della Fondazione ambrosiana Paolo VI. La fede, ha ricordato Graciotti, era "il segno distintivo dell’appartenenza nazionale degli uni e degli altri", favorendo così la trasformazione di uno scontro di per sé tribale in guerra di religione. Nella realtà, però "i musulmani del Balcano, dalla Bosnia alla Bulgaria, non si distinguevano per ardore religioso": anzi, "il positivo dell’Islam balcanico ha precisato è il suo congenito carattere di religione di area da secoli pluriconfessionale, a cui è naturale il confronto e in cui è necessaria la convivenza, a volte rissosa, più spesso pacifica".