Nel processo e nell’impiccagione di Saddam Hussein, "si è voluto usare il peggio del passato nella pretesa di costruire il futuro. Il processo a Saddam era una buona occasione per dimostrare che le democrazie quasi sempre non portano con sé la pena di morte". E’ quanto scrive sul prossimo numero del Sir (old.agensir.it) lo scrittore e storico Romanello Cantini che definisce l’esecuzione "una goccia che si aggiunge ad un pozzo di sangue ancora caldo, una vendetta che si somma a un mare di vendette". "La rabbia dei sunniti afferma Cantini è esasperata dalla festa degli sciiti. E’ desolante che, proprio mentre tutti sembrano convinti che il rischio dell’Iraq è la guerra civile e che per cercare di scongiurarla bisogna convincere i sunniti a collaborare, si pensi di incoraggiarli con l’impiccagione di colui che, a torto o a ragione, gran parte di essi hanno considerato il loro capo naturale per 24 anni". "E’ quasi incredibile conclude – che chi dice di dedicarsi alla lotta contro il terrorismo non abbia posto attenzione alla spregiudicata amministrazione dell’immagine della morte che il terrorismo fa propria. Per gran parte del mondo arabo la forca di Bagdad rifornisce il terrorismo di un martire illustre e lava perfino la sua immagine di tiranno dentro la candeggina del sacrificio".