Deve avere "la disponibilità a incarnarsi in un popolo, in una Chiesa, in una cultura", ma anche la capacità di "mantenere uno stile di vita povero e sobrio, per realizzare una particolare vicinanza con gli impoveriti della storia". E’ l’identikit del prete "fidei donum", così come viene delineata nella Nota Cei sull’omonima enciclica di Pio XII, diffusa oggi. "Il presbitero ‘fidei donum’ si legge nel documento non parte con un progetto proprio, ma per assumere le scelte pastorali della Chiesa che lo accoglie; è testimone della comune passione apostolica, come della solidarietà della Chiesa che lo invia; è attento osservatore di quello che lo Spirito dice alla Chiesa che lo ospita; torna ai luoghi di origine per testimoniare quello che il Signore opera presso altri popoli". Il missionario "fidei donum", in altre parole, non è un "navigatore solitario", ma "l’inviato di una Chiesa ad un’altra, che lo accoglie in nome della cooperazione, della comunione e dello scambio". Ciò esige "un continuo andare e tornare, un sapersi collocare in un progetto pastorale della Chiesa alla quale è inviato come pure in quella nella quale rientra dopo l’esperienza missionaria, senza essersene mai spiritualmente staccato". I "fidei donum", precisa inoltre la Cei, "non sono necessariamente i presbiteri più coraggiosi, né tanto meno quelli maggiormente desiderosi di avventura".