"Non è compito di un giudice stabilire criteri clinici in base ai quali dichiarare non più assistibile un paziente". È quanto afferma oggi in una nota l’associazione milanese di operatori della salute "Medicina e persona", in merito alla sentenza della Corte di Cassazione sul caso di Eluana Englaro. "In medicina prosegue l’associazione -, il giudizio di irreversibilità di una condizione patologica" non è "criterio sufficiente per richiedere la sospensione delle cure: con questa sentenza viene data priorità assoluta a una selezione della persona, in base al solo criterio della qualità della vita". Precisando che "la letteratura scientifica internazionale riconosce unanimemente lo stato di irreversibilità di un paziente solo nel caso di morte cerebrale”, e che "la condizione di stato vegetativo permanente non è mai identificabile con uno stato di coma irreversibile”, "Medicina e persona" afferma: "È inappropriato e antiscientifico legare l”idoneità a vivere’ ad una eventuale condizione di reversibilità". "Rispettare le competenze per non stravolgerle è il primo modo di fare giustizia", perché "non è inventando modalità di gestione scientifiche (inesistenti) o legali (future)che sarà possibile risolvere il dramma di una vita diversa".