"La voglia di partire è dentro di me e tutti lo sanno. Ho deciso di tornare a gennaio perché mi hanno chiesto di trascorrere il Natale a casa…. La partenza, però, è il momento in cui dico: ritorno alla vita normale, quotidiana, tra la mia gente. Ormai mi sento… più filippino che italiano". Così padre Giancarlo Bossi, il missionario del Pime rapito e tenuto prigioniero per 40 giorni nelle Filippine, in un’intervista a cura del settimanale di Forlì-Bertinoro "Il Momento", che sarà pubblicata domani mattina sul Sir, in occasione della Giornata missionaria mondiale di domenica 21 ottobre su "Tutte le Chiese per tutto il mondo". "Credo che la missione sia cercare di far capire che c’è un solo Dio e noi siamo tutti fratelli e sorelle" prosegue padre Bossi, spiegando di avere perdonato i rapitori perché "se non perdonassi avrei speso trent’anni di vita sacerdotale per niente". È da pochi giorni in libreria anche un volume-testimonianza, "Rapito. 40 giorni con i ribelli, una vita nelle mani di Dio" (ed. Missionaria italiana), in cui padre Bossi si racconta e ripercorre i 27 anni di missione nelle Filippine. Il sequestro, afferma nel libro, "non è da leggersi come uno spiacevole incidente di percorso", bensì come una tappa "del cammino della missione", e la prigionia è stata "un tempo di grazia".