Dal punto di vista della legalità, osserva don Brusegan, "capisco il legittimo bisogno di sicurezza della gente, che ha paura della mancanza di strumenti adeguati per affrontare la complessità. Ma ho l’impressione che questi paesi trovino difficoltà a fornire alla gente criteri di discernimento, quando invece dovrebbero essere accompagnati verso il cambiamento". "Cavalcare eccessivamente questa dimensione aggiunge – può anche favorire una pigrizia nel cercare soluzioni diverse, più complesse. Si rimane solo nella logica: ‘restare sicuri, ma senza adeguarsi ai tempi moderni’". Ma soprattutto, precisa, a livello giuridico "non mi sembra che la proposta sia così corretta, perché è una scelta che oltrepassa i diritti-doveri di un sindaco e accentua una concezione localistica rispetto ad un dato costituzionale. Quindi c’è il pericolo che il locale prevalga sul nazionale". Da un punto di vista socio-culturale, invece, si va verso "una direttrice auto-referenziale, ghettizzante, non aperta al nuovo. I comuni sono sfidati certamente dalla presenza degli immigrati. Ma non basta la sicurezza, né solo l’assistenza, servono anche percorsi culturali per gli immigrati e gli italiani". "Il convivere è il primo dato di fatto conclude don Brusegan -. Per cui sarebbe fuori dalla storia e improponibile creare delle mura psicologiche, culturali e legali".