Pubblichiamo la nota Sir di questa settimana. Sono sessant’anni che è aperta la questione dell’assetto della Terrasanta. Lo ha ricordato il Papa all’Angelus della solennità di Cristo Re, guardando con fiducia all’appuntamento di Annapolis, la capitale del Maryland. Qui, in una delle più antiche e caratteristiche città degli Stati Uniti, ha proseguito il Papa, "Israeliani e Palestinesi, con l’aiuto della Comunità Internazionale, intendono rilanciare il processo negoziale per trovare una soluzione giusta e definitiva al conflitto che da sessant’anni insanguina la Terra Santa e tante lacrime e sofferenze ha provocato nei due popoli". Non manca lo scetticismo, soprattutto per la debolezza degli interlocutori, a partire dallo stesso padrone di casa, George W. Bush, nella fase conclusiva del suo secondo mandato, ai minimi della popolarità. Il papa sceglie risolutamente la via della preghiera: "vi chiedo di unirvi alla Giornata di preghiera indetta per oggi dalla Conferenza Episcopale degli Stati Uniti d’America per implorare dallo Spirito di Dio la pace per quella regione a noi tanto cara e i doni della saggezza e del coraggio per tutti i protagonisti dell’importante incontro". Che non sono solo Israeliani e Palestinesi, con gli Stati Uniti. Ci sono tutte le grandi potenze mondiali (ivi compresi i paesi emergenti) e molti, importanti paesi arabi, ivi compresi Siria e Libia, oltre la Lega Araba. Ecco allora che lo scetticismo, pure fondato su tanti, troppi fallimenti, da ultimo quello a conclusione del mandato di Clinton, proprio per questa coralità dell’appuntamento può lasciare qualche spiraglio di fiducia. Non ci si aspettano soluzioni immediate e definitive. Però si può innescare un processo. Con tre ingredienti: il possibile, concreto frutto, l’attesa dell’opinione pubblica mondiale, nonché l’interesse vero degli attori, locali e globali, coinvolti nella conferenza. In questo senso la debolezza dei protagonisti principali può tramutarsi da handicap evidente in possibile risorsa. Gli Stati Uniti in particolare, smorzato nel dramma iracheno l’unilateralismo ideologico della prima fase della presidenza Bush, possono forse dettare una linea realistica di convergenza. Così come le leadership israeliana e palestinese possono tentare di smarcarsi dei condizionamenti integralisti, proprio scegliendo, con il conforto internazionale, di percorrere una strada, una strada nuova. E qui sta forse il vero nodo, il trasversale "partito della guerra", che soffia sul fuoco dell’identità, dell’integralismo e finisce col giocare si pensi in particolare ad Hamas un copione scritto altrove. L’appuntamento di Annapolis ha infatti un convitato di pietra, l’Iran, che dell’instabilità in Terra Santa, così come del groviglio iracheno e in prospettiva anche di quello afghano trae lucrosi dividendi politico-strategici, mentre rilancia la sua scommessa geopolitica a proposito del nucleare: il crinale è stretto e delicatissimo.