"Cadere nel baratro dei senza casa ha detto padre D’Souza – vuol dire non poter dimostrare la propria identità, né di avere una residenza. Queste persone per il governo ‘non esistono’ e perdono ogni diritto". "Inoltre i migranti e i senzatetto soffrono altre gravi perdite. Sul piano personale, ciascuna delle persone che vive in strada vive una forte inquietudine determinata dalla permanente insicurezza, si perde l’ambiente familiare, il senso delle proprie radici, e non esistono opportunità educative ed economiche". Nasce da qui l’impegno della Chiesa. Molti sono i servizi costruiti in India dai Salesiani di Don Bosco tra i quali 54 servizi di mensa per bambini e in collaborazione con l’Unicef, una raccolta dati dei bambini di strada che ha permesso di registrare 25 mila bambini scomparsi e accolti nei centri salesiani. Tutto questo risponde al "dovere di portare la testimonianza di Cristo in un contesto non cristiano; ha concluso infine p. D’Souza nel rifugio Don Bosco sono stati curati il 60% di musulmani, il 40% di induisti, ed abbiamo avuto solo 4 bambini di strada cristiani. Credo che questo sia un’espressione della mia vocazione e della spiritualità salesiana".