"Le autorità avrebbero almeno dovuto lasciarci presentare il nostro documento", invece, nonostante la buona volontà di Wan Azizah Wan Ismail, leader del partito Keadilan, i circa 400 oppositori, che intendevano consegnare una petizione riguardante la riforma elettorale in discussione, sono stati tenuti a distanza dal Parlamento di Kuala Lumpur e dispersi con cannoni ad acqua. Si aggrava, così, la crisi in Malaysia, paese musulmano dell’Asia sudorientale che vive in una pretesa di armonia, ma dove da tempo i diritti delle consistenti minoranze cinese e indiana sono sotto pressione da parte dei malesi, maggioritari di stretta misura. Crisi esplosa il mese scorso, con imponenti cortei di protesta della comunità indiana insofferente per la discriminazione di cui si ritiene oggetto. Una cinquantina i suoi leader arrestati e in parte già sotto accusa per tentato omicidio e sedizione. Ieri il primo ministro Abdullah Badawi aveva confermato la proibizione di ogni manifestazione pubblica: "Se devo scegliere tra ordine pubblico e libertà pubblica, non ho esitazione a prender le parti del primo", aveva dichiarato. Secca anche la risposta data oggi dal ministro dell’Educazione agli Stati Uniti che avevano chiesto di rispettare la libertà di espressione: "La Malaysia non è disposta ad accettare consigli sulle questioni interne".