Sarebbero almeno 20 le vittime in Myanmar della repressione delle proteste pacifiche guidate dai monaci dello scorso settembre: il doppio di quelle ammesse ufficialmente dal regime. Tuttavia, come avverte il direttore di Human Rights Watch per l’Asia, Brad Adams, "la repressione non è finita e il governo continua a mentire sul numero dei morti e degli arrestati". La ricerca di Hrw, di cui le 140 pagine del Rapporto "Crackdown: Repression of the 2007 Popular Protests in Burma" sono la sintesi, ha messo in luce che le forze di sicurezza "spararono sulla folla con proiettili veri e di gomma, picchiarono i cittadini in marcia e i monaci, prima di caricarli su camion e portarli a migliaia verso strutture detentive ufficiali e segrete". Il regime militare birmano, che ha sempre affermato di avere fatto un uso limitato della forza per mettere fine alle proteste, ha agito "per mezzo di bande di militanti civili, soldati e poliziotti, mandati contro i monaci e altri manifestanti pacifici". Anche in base a questi dati e alle testimonianze di un centinaio di birmani vittime della repressione riportate nel Rapporto, "è tempo conclude Hrw – che il mondo imponga un embargo sulla vendita di armi al Myanmar sancito dall’Onu e che sanzioni economiche colpiscano i leader birmani finché non cambieranno concretamente la situazione".