Pubblichiamo la nota SIR di questa settimana.
La via italiana al riconoscimento delle coppie di fatto da oggi ha un nome: non "pacs" ma "dico". Il disegno di legge governativo passa all’esame del Parlamento, dopo una lunga mediazione. Con un primo dato: il giudizio negativo di uno dei partiti della coalizione, l’Udeur: il suo rappresentante nel governo non ha partecipato alla riunione del consiglio che ha varato la proposta di legge, sostenendo che di fatto non erano emersi elementi nuovi rispetto ad una inaccettabile bozza iniziale. Al di là delle soluzioni emerse dal confronto tecnico-politico interno alla maggioranza resta infatti la questione dirimente: serve davvero una legge oppure invece basta che nelle singole situazioni, attraverso provvedimenti ad hoc siano riconosciute situazioni, dall’assistenza, alla casa, ad altri servizi sociali o diritti individuali? Questa proposta di legge, che pure viene presentata come modesta, introduce in realtà qualcosa di sostanzialmente diverso, e di pericolosamente alternativo, alla famiglia così come è definita nella Costituzione. Oggi il Paese è chiamato ad estenuanti mediazioni su questo tema e quello di fatto connesso della cosiddetta famiglia omosessuale – o piuttosto a scegliere nuovamente, a valorizzare di nuovo la famiglia, senza equivoci, senza dubbi, senza mediazioni a somma zero? Gli interrogativi sono molteplici e si intrecciano in queste ore, che di fatto segnano l’avvio del cammino parlamentare dei "dico". Perché ritorna, sia pure nel quadro di una mediazione che diversi esponenti della maggioranza hanno definito "alta", la questione dell’unicità del vincolo rappresentato dalla famiglia, che non può essere confusa con altre forme di convivenza, a qualunque titolo definite. In gioco c’è il valore e il senso e in prospettiva la stessa definizione di famiglia, come vincolo stabile tra un uomo e una donna, una società naturale, come recita la costituzione, fondata sul matrimonio. Che è un bene fondamentale per la società. Pare certo, da una dichiarazione del ministro competente, che il governo non impegnerà la fiducia su questo provvedimento: è un fatto positivo. Una scelta di questo genere non può essere demandata agli equilibri meramente politici, alla dialettica maggioranza-opposizione, ma interpella fino in fondo le coscienze. Si tratta in buona sostanza di scegliere nuovamente come esclusivo il modello costituzionale e rifiutare una inaccettabile deriva omeopatica, cioè per piccole dosi, verso qualcosa d’altro. Salvaguardare la famiglia, rifiutando coerentemente ogni mediazione al ribasso, ogni tentativo surrettizio, significa mettersi sulla retta strada di un diritto coerente con la vita e la realtà sociale, con le attese concrete della gente. Significa anche coerentemente con la costituzione – promuovere anche e valorizzare i diritti di tutti. In questa ottica, quella cioè della promozione e della salvaguardia dei diritti delle persone e delle formazioni sociali, potranno trovare spazio tutti i diritti, ma chiaramente gerarchizzati e precisamente determinati, senza confusioni inaccettabili. Di questo c’è bisogno. Dire con chiarezza che ogni strada surrettizia non è accettabile non significa combattere nessuna battaglia di retroguardia, come tanta propaganda si ostina a ripetere, ma è un modo per affermare – ad una società che li richiede con insistenza – precisi punti di riferimento per continuare a crescere.