Insomma, per Bianco, "l’accanimento terapeutico può essere interpretato solo all’interno di una relazione di cura tra il medico, il paziente e la sua famiglia e anche le istituzioni", né si deve dimenticare che "grossa parte della ricerca cade nell’accanimento terapeutico perché si spinge oltre la linea dell’evidenza scientifica". Donadio, dopo aver sottolineato che in certi casi si può parlare di "futilità di interventi", ha evidenziato che a volte "è difficile dire ai pazienti e alle loro famiglie che non c’è più niente da fare. E, poi, talvolta un desiderio di onnipotenza prende anche i medici". Proietti ha, invece, rimarcato la necessità di arrivare ad una definizione "condivisa e applicabile" di accanimento terapeutico, "dal punto di vista deontologico, giuridico, etico, mentre dal punto di vista morale riguarda la coscienza del singolo". "Nel codice deontologico ha detto – è previsto il dovere di astenersi dall’accanimento terapeutico, ma è pericoloso lasciare questo dovere se non c’è una definizione precisa". Per Proietti "non ha senso fare una legge sul testamento biologico se poi non si arriva a una definizione dell’accanimento terapeutico". Altrimenti, "se un paziente ritiene insopportabile una cura, tutto si potrebbe considerare accanimento terapeutico".