In generale, osserva il rapporto, è nel “piccolo” che “si giocano in gran parte i delicati processi di integrazione sociale", quelli che portano "ad essere e a sentirsi parte integrante del tessuto in cui si vive e che implicano possibilità di accesso reale e paritario ai servizi, partecipazione attiva alla vita del luogo e allacciamento di relazioni umane nel territorio, basate sull’accettazione e il riconoscimento reciproco”. Rispetto al potere d’attrazione delle regioni centrali, il rapporto evidenzia l’anomalia dell’area romano-laziale, area ad alta concentrazione di immigrati, dove molta manodopera straniera viene impiegata nel terziario ma con “stagionalità e precarietà”: “è facile presumere si constata – che una quota di immigrati venga impiegata in nero, alimentando così un’economia parallela che sfugge alle rilevazioni ufficiali”. Una riflessione a parte viene condotta per il Mezzogiorno: secondo il rapporto non è vero che "in quest’area non vengano messe in atto azioni e politiche per l’integrazione degli immigrati" ma le difficoltà sono dovute “alle problematiche condizioni strutturali di partenza”. Occorre quindi che "la politica nazionale metta in atto interventi adeguati” per agire “sulle criticità strutturali del territorio” nella consapevolezza “che in questo modo si determineranno benefici per l’integrazione degli immigrati”.