"Cara Repubblica, che un prete scriva per solidarizzare col suo vescovo, in questi giorni bersagliato ingiustamente, certo non può fare notizia", ma ugualmente don Marco Granara, rettore del santuario di N.S. della Guardia di Genova, ha preso carta e penna e ha scritto al quotidiano per chiedere di "abbassare i toni" e di "portare il problema non sulle fin troppo equivocate esemplificazioni dell’arcivescovo, ma sui principi che lodevolmente e doverosamente voleva richiamare". Saranno le piazze, si chiede don Granara, "a dover dire ciò che è ‘giusto’, o il giusto e l’errato precedono i movimenti di piazza? Portare i problemi, da parte dei vescovi, a questi livelli alti della riflessione collettiva è un merito o un sopruso e un torto? È possibile farlo o lo si può fare solo su benevola concessione laica dei padroni della ‘morale del momento’?". Il sacerdote spera che "si possa ancora ‘alzare il tiro’ della dialettica intorno ai valori". La Chiesa, ricorda, "da sempre, stima troppo la sua gente, credendola capace di mete alte e impossibili alla buona media del costume in atto, si riempie poi di ‘viscere di misericordia’ per accogliere e valutare con amore tutti i reiterati tentativi andati a vuoto". "Se la stampa conclude don Granara -, invece che inseguire gli scoop, perseguisse ideali alti del genere, alla lunga risponderebbe alla sua più alta funzione sociale".