Pubblichiamo la nota Sir di questa settimana.
Il centro, come al Convegno ecclesiale di Verona è sempre la "speranza cristiana", la sua coerente testimonianza in una situazione vivace e complessa, la situazione italiana ed europea di questi anni. Lo ha ribadito il comunicato finale del Consiglio Permanente della Cei. E’ stato un appuntamento importante non solo per il passaggio di testimone alla presidenza, ma anche per la nota sui "dico" approvata sostanzialmente all’unanimità. La Chiesa in Italia insomma sviluppa, con serenità e con chiarezza, il suo dialogo con tutti, partecipa appassionatamente ad una storia aperta, portando con coerenza il punto di vista che viene dall’annuncio del Vangelo e dai frutti che nella storia sempre questo produce nella vita concreta delle persone singole e dei popoli. Se il motore, il nocciolo, è la speranza cristiana ovviamente perdono consistenza le letture manichee, quelle cioè che ancora, come è stato per i quarant’anni del post-concilio, tendono a leggere le vicende della Chiesa in Italia polarizzate tra identitari e spiritualisti, tra coloro che guardano fuori e quelli invece che guardano piuttosto all’interno della comunità ecclesiale. Certo, come ha ricordato Benedetto XVI, dal grande concilio Vaticano II sono uscite due "ermeneutiche", cioè due atteggiamenti culturali ed alla radice ecclesiali, l’"ermeneutica", come ha detto Papa Ratzinger della "rottura" e quella della "riforma". Per i teorici della prima il concilio o è una grande eresia o, all’opposto, una stagione bruscamente interrotta. E’ una lettura che ritorna da quarant’anni nelle analisi di diversi osservatori e persino di qualche studioso: per dimostrare questa tesi bisogna enfatizzare le posizioni, andare alla ricerca sempre della contrapposizione. In realtà la storia ha dimostrato la grande ricchezza del Concilio all’interno di quel grande dialogo tra la Chiesa e la modernità, che proprio sulla scia del Concilio tanti frutti ha portato e può continuare a portare. Tanto più oggi, di fronte alle sfide antropologiche su cui il magistero del Papa giustamente insiste. Difendere la famiglia e la vita, ricordare con serenità e rigore le regole morali, pronunciare quei "sì" e quei "no" che la coerente testimonianza evangelica reclama e la gente di fatto richiede, ne è oggi logica conseguenza. Non c’è dunque rottura, ma una coerente continuità tra l’annuncio, la testimonianza e la presenza e l’interlocuzione sui grandi temi della vita sociale,culturale, politica. Lo aveva ribadito con chiarezza il Convegno ecclesiale di Verona. Il Consiglio Permanente ha predisposto la bozza della nota pastorale che l’Assemblea di maggio dovrà varare: nel "sì" di Dio all’uomo e nel "sì" della risposta di fede si radica il primato della persona umana e l’impegno educativo fondato sulla speranza cristiana. Un impegno, che viene da lontano e prosegue, in dialogo serrato con le tante attese del mondo di oggi.