“Molte donne che hanno abortito sono convinte che andranno all’inferno, perché la loro colpa è imperdonabile”, ha detto Victoria Thorn, intervenuta ieri alla conferenza “Artefici di un modo nuovo di guardare la vita”, al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II, per presentare “Progetto Rachele”, il servizio di cura psicologica e pastorale post-aborto. La Chiesa, ha continuato, ha il “dovere di comunicare la Misericordia di Dio”, per la quale “non c’è peccato che non possa essere perdonato”. Pur ribadendo “con forza” che l’aborto è un “omicidio”, “un male profondo per tutti, non soltanto per chi lo commette”, la Chiesa deve offrire un “ministero pastorale, di compassione e di Misericordia”, per “curare le ferite spirituali e psicologiche di una madre che ha perso in modo drammatico il proprio figlio”. E vanno aiutati anche “il padre, i nonni, i fratelli, tutti quelli che subiscono gli effetti di un aborto”. Occorre una formazione adeguata dei sacerdoti. “La cosa più difficile è aiutare la donna a perdonare se stessa, a lasciarsi perdonare da Dio”. Ma, “una volta recuperata, la donna che ha vissuto l’esperienza dell’aborto diventa una pietra miliare nella cultura della vita”. (segue)