Il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II, a Roma, ha presentato, ieri, “Progetto Rachele”, il servizio di cura psicologica e pastorale post-aborto avviato dalla Chiesa cattolica statunitense, nel 1984, oggi presente in oltre 140 diocesi del nord America e pronto a diffondersi in Europa. Alla conferenza, dal titolo “Artefici di un modo nuovo di guardare la vita”, sono intervenuti: la psichiatra Victoria Thorn, fondatrice di Progetto Rachele, e il padre domenicano Alejandro Crosthwaite, docente di Dottrina sociale alla Pontificia Università San Tommaso D’Aquino, tra i sacerdoti della rete di direttori spirituali e terapisti impegnati nell’assistenza e nel recupero delle donne che hanno abortito e di tutti coloro la cui “vita è stata ferita da un aborto”. Secondo quanto riferito da Thorn, da uno studio accademico risulta che i “rischi di suicidio” di una donna nei sei mesi successivi all’aborto sono “tre volte superiori a qualsiasi altra condizione di dolore”. “Un numero significativo di donne presenta le cosiddette sindromi post-abortive”, ha continuato la psichiatra. I “sintomi” sono quelli di “un lutto”: profonda depressione, caduta di autostima, alienazione, apatia affettiva, bisogno di restare incinta, istinto suicida. E il senso di colpa, “la paura di essere condannate”, il più delle volte, “spinge queste donne lontano dalla Chiesa e dal sostegno della fede”. (segue)