Terra e cielo, ha spiegato mons. Forte, "sono metafore dell’esteriorità e dell’interiorità del creato, e perciò dello spazio e del tempo nella loro distinzione e nel loro indissolubile rapporto". Ed è per questo che "solo il tempo vivifica lo spazio, pervadendolo col ‘gemito della creazione’ che tende a superarne la costitutiva caducità, liberandolo dalla schiavitù della corruzione per la via dell’interiorità aperta al mistero del Creatore, che conduce alla libertà della gloria dei figli di Dio". Il problema, allora, "non è fuggire le forme dello spazio, ma redimerle dal di dentro vivendo la profondità della vita nel tempo, santificando il tempo con la nostalgia e l’attesa dell’eternità, espresse nella decisione che apre alla grazia e trasforma l’esteriorità dello spazio in interiorità della vita eterna, già cominciata nella speranza della fede". La creatura in cui "il gioco dell’esteriorità e dell’interiorità del creato in rapporto al Creatore" si realizza nella maniera più alta è "la persona umana". Secondo la dottrina tradizionale, è l’uomo "immagine di Dio", ha ricordato il presule, la creatura "capace di santificare lo spazio investendolo dal di dentro della dimensione del tempo, ed insieme corporeità in grado di dare spessore e concretezza all’interiorità del creato grazie all’atto del libero destinarsi all’Altro trascendente e sovrano".