"Sicuramente il medico di medicina generale può essere il primo ad avere un impatto col problema dei giovani e la droga. A questo punto, per non rendere il suo intervento inefficace, occorre individuare uno strumento di assistenza allo stesso medico, che lo aiuti ad affrontare il problema-droga che gli capita": è il parere di Vincenzo Saraceni, presidente dell’Amci (Associazione Medici Cattolici Italiani), di fronte a un’inchiesta giornalistica, su "Il Messaggero", da cui risulta che i medici di base sono sempre più chiamati in causa da genitori preoccupati dei figli che si drogano, ma che ammettono di essere spesso impreparati. "La questione è che il medico di base può anche avere la cultura specifica, ma non ha gli strumenti per intervenire. A volte si tratta infatti solo di agire a livello di persuasione verso il giovane, perché smetta di drogarsi, questo nelle fasi iniziali. Se invece il caso è più grave, occorre una consulenza e un rapporto più stretto con realtà quali i Sert e le comunità di accoglienza per tossicodipendenti, pena ritardare l’intervento e aggravare ulteriormente la condizione del tossicodipendente". Secondo Saraceni, "occorrerebbe quindi poter dedicare risorse al collegamento tra le realtà di sostegno e i medici di base, per rendere più rapido ed efficace il servizio alla persona bisognosa di aiuto".” ” ” “