In questo Iraq, ha proseguito nella sua omelia padre Najim “dove le autobomba si moltiplicano, dove i rapimenti di sacerdoti sono sempre più frequenti, dove i cristiani sono costretti a pagare tasse se vogliono rimanere nelle loro case o nella loro fede pena la confisca da parte dei miliziani, dove continua a mancare l’acqua e l’elettricità, l’unica alternativa è rinunciare alle proprie radici e lasciare la propria patria incrementando quell’ondata migratoria sempre più intensa”. Dopo l’embargo “imposto e ingiusto” e quattro anni di "occupazione americana", ha affermato il procuratore caldeo, resta “solo un Iraq settario e confessionale dove i cristiani non hanno alcun sostegno, dove non esiste un gruppo che si batta per la loro causa, dove sono stati lasciati completamente soli. Questa è una grande ingiustizia storica, politica e umana”. Padre Ganni "è martire di questa chiesa caldea oggi sofferente e insanguinata che Papa Benedetto chiama chiesa dei ‘martiri viventi’. Il suo martirio deve essere un’alba nuova per la vita e per la pace futura dell’Iraq. Abbiamo bisogno che la Sede Apostolica incoraggi la chiesa irachena e tutti i cristiani all’unità. Il sacrificio di padre Ganni sia come linfa nuova e vitale per la sua comunità, per la sua chiesa irachena e per tutta la chiesa universale”.