Nel documento emergono anche alcuni risvolti ecumenici (cfr "responsa" nn. 4-5): viene spiegato perchè il Concilio Vaticano II attribuisce il nome di "Chiese" alle Chiese orientali separate della piena comunione con la Chiesa cattolica e non, invece, alle Comunità cristiane nate dalla Riforma del 16° secolo. Da più parti sono emersi timori per le conseguenze nel dialogo ecumenico. "Affermare che le comunità nate dalla Riforma non sono Chiese secondo il concetto che la Chiesa cattolica ha di questo termine spiega mons. Forte – non vuol dire negare che esse lo siano secondo la propria convinzione e maniera di intendere la Chiesa: non vedo qui alcuna difficoltà ecumenica, anzi mi sembra che si vada incontro a un’esigenza di onestà e verità, più volte ribadita negli stessi documenti ufficiali delle Confessioni evangeliche". Il documento della Congregazione – come già, peraltro, il Motu Proprio "Summorum Pontificum" – è stato interpretato da qualcuno come un’offensiva contro il Concilio Vaticano II. "Assolutamente non lo è afferma mons. Forte -. E la prova è che esso ribadisce fedelmente l’insegnamento del Concilio, senza cambiarlo di una virgola. Ciò che vuole evitare il Documento è la confusione e l’irenismo, non l’incontro sincero nella Verità, a cui tutti dobbiamo obbedire, e il dialogo fatto di onesta attenzione all’altro e di proposta sincera del proprio punto di vista".